Nori De’ Nobili – visita la museo 21 ottobre 2018

NORI DE’ NOBILI

Tra le presenze creative nella pittura marchigiana del secolo scorso spicca la figura di Nori De’ Nobili (Eleonora De’ Nobili 1902-1968) donna e artista.
La vicenda di Nori De’ Nobili si pone come emblematica del più vasto e complesso rapporto con l’arte che le donne hanno vissuto, e quasi sempre subito, nel travolgente clima culturale della prima parte del novecento in Italia.
Borghese di nascita, precocemente attiva nel campo della musica e della pittura, presto esaltata e altrettanto in fretta disillusa sulla possibilità di coniugare ricerca artistica e libertà di vita.
Nori De’ Nobili è preda del disagio psichico, del distacco tra la realtà esistenziale e l’irrealtà voluta del proprio linguaggio espressivo.
Da questo contrasto nasce quella frantumazione dell’io che caratterizza il suo io che caratterizza il suo segno pittorico, dolente e incisivo, il suo insistente ricorso all’autoritratto trasfigurato, la sua provocatoria messa in scena del mal di vivere.

da: Nori De’ Nobili nelle immagini della Comunità internazionale degli artisti. Parlamento europeo Bruxelles 25 gennaio 2005 – V. D’Ambrosio

Immagine: Chiara Diamantini

 

 

Ingresso libero

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Fernanda Romagnoli

5 novembre 1916, Roma
9 giugno 1986, Roma

 

Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?

Io qui non mi trovo. Io fra voi

sto come il tredicesimo invitato,

per cui viene aggiunto un panchetto

e mangia nel piatto scompagnato.

E fra tutti che parlano – lui ascolta.

Fra tante risa – cerca di sorridere.

Inetto, benché arda,

a sostenere quel peso di splendori,

si sente grato se alcuno casualmente

lo guarda. Quando in cuore

si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»

E all’improvviso capisce

che siede un’ombra al suo posto:

che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

Antonia Pozzi

13 febbraio 1912, Milano
3 dicembre 1938, Milano

 

Preghiera alla poesia

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Pasturo, 23 agosto 1934

Tove Ditlevsen

14 December 1917 Copenhagen
7 March 1976

Ci sono uomini

Ci sono due uomini nel mondo, che
costantemente m’incrociano la strada,
l’uno è colui che amo,
l’altro colui che mi ama.
L’uno è un sogno notturno
e abita nella mia mente buia,
l’altro sta alla porta del mio cuore
ed io mai gli apro.
L’uno mi ha dato un primaverile soffio
di felicità che subito dispariva,
l’altro mi ha dato tutta la sua vita
e non è stato mai ripagato di un’ora.
L’uno freme del canto del sangue
dove l’amore è puro e libero,
l’altro ha a che fare con il triste giorno
in cui affogano i sogni.
Ogni donna si trova tra questi due,
innamorata e amata e pura..
una volta ogni cent’anni può succedere
che essi si fondano in uno.

 

Adrienne Rich

6 maggio 1929, Baltimora, Maryland, Stati Uniti
27 marzo 2012, Santa Cruz, California, Stati

Ti domandi se mi sento sola

Ti domandi se mi sento sola:
Ok allora, sì, mi sento sola
come un aereo vola solo e orizzontale
sulla sua onda radio, puntando
oltre le Montagne Rocciose
verso le piste recinte di blu
di un aeroporto sull’oceano
Mi vuoi chiedere, mi sento sola?
Bene, certo, sola
come una donna che attraversa il paese guidando
giorno dopo giorno, lasciandosi dietro
miglio dopo miglio
piccole città dove avrebbe potuto fermarsi
a vivere e morire, da sola
Se mi sento sola
dev’essere la solitudine
di svegliarsi per prima, di respirare
il primo respiro freddo dell’alba sulla città
di essere l’unica che è sveglia
in una casa avvolta nel sonno
Se mi sento sola
è come la barca chiusa nel ghiaccio della riva
nell’ultima luce rossa dell’anno
che sa che cos’è, che sa che non è
ghiaccio né fango né luce d’inverno
ma legno, con quel dono di poter bruciare.

Irène Némirovsky

24 febbraio 1903, Kiev, Ucraina – 17 agosto 1942, Campo di concentramento di Auschwitz, Oświęcim, Polonia

LO SCONOSCIUTO

 Grazie a una fotografia, un soldato francese scopre che la sua vittima tedesca è in realtà il fratellastro. Il senso del racconto di guerra emerge cristallino: quando si uccide qualcuno al fronte, senza saperlo si uccide un fratello.

* * *

[estratto da pagina 27 a pagina 32]

Questa foto, la vedi? È quella che ho preso dal corpo del tedesco.
– Aspetta, caro, io non…
– Non ti ricorda niente?
François guardava la foto. Un uomo, ancora giovane, era fotografato sul pianerottolo di una casa di campagna. Una donna era vicino a lui, in piedi, una donna un po’ robusta, l’aria placida e buona, e dai capelli chiari. François esitò un istante, poi fece un sorriso forzato.
– Direi che l’uomo ti somiglia un po’,ma…
Il fratello maggiore scosse la testa.
– Non è a me che somiglia, fratellino.
Guarda bene, guarda ancora. Guarda di nuovo la sua mano sinistra. Si vede perfettamente.
Vedi la cicatrice? Quel segno profondo che dall’anulare scende fino alpolso? Deve… – continuò chiudendo gli occhi, come se stesse inseguendo un ricordo nella sua memoria – deve formare uno spesso cuscinetto, anche se la ferita era superficiale; aveva intaccato solo la carne. Però aveva lasciato una traccia indelebile. Tu sai, non è vero?, che nel settembre del ’14, lo stesso giorno in cui nostro padre fu ferito per la prima volta alla coscia e all’inguine, una scheggia di granata gli lacerò la mano e che, due anni più tardi, fu ferito una seconda volta alla testa, sopra l’arcata sopracciliare sinistra, proprio qui – disse mostrando il ritratto.
François lo esaminò a lungo senza dire niente.
– Non è possibile… – mormorò.
– Ho confrontato questa foto con tutti i ritratti di papà che nostra madre ha conservato. Ho ritrovato le radiografie di queste due ferite; quella della fronte forma una linea sinuosa, perfettamente identica a quella della foto quando la si guarda con la lente, come ho fatto. E poi, tu che hai scordato i tratti e l’espressione di papà, tu puoi esitare, ma io… È talmente lui, talmente il suo sguardo sopra gli occhiali, talmente il suo sorriso, e questa fossetta sul mento stretto, un mento come il mio, e come quello del suo terzo figlio – terminò con una strana voce.
– Sei sicuro che quel tedesco era… suo figlio?
– Ascolta, la foto porta la data del 1925 e, più in alto, vedi, con un’altra grafia, questa scritta in tedesco…
– Non sono in grado di decifrare i loro caratteri gotici.
Claude lesse lentamente, poi tradusse le parole: «Für meinen lieben Sohn, Franz Hohmann, diese Büd seines vielgelibten Vatersmöge er ihn aus der Himmlshöhe beschützen, Frieda Hohmann, Berlin,den 2 Dezember 1939». «Al mio caro figlio Franz Hohmann, questo ritratto del suo amato padre perché lo protegga dall’alto dei cieli. Frieda Hohmann, Berlino, 2 dicembre 1939».
– Si chiamava François? – esclamò il giovane –. François, come me?
– Come te, come nostro nonno, come uno dei nostri zii: è un nome che è servito molto alla famiglia. L’ha dato anche al tedesco.
François si mosse.
– Ti dico che è lui – fece Claude a bassa voce. – Pensi che, se avessi avuto anche il minimo dubbio, ti avrei mai fatto cenno di tutto questo? Ma è una cosa così… così straordinaria e così tragica. Non mi sentivo in diritto di nascondertela. Ho pensato che dopo la guerra potremmo fare delle ricerche in Germania. Le faremo insieme, se sarà possibile. Altrimenti, se ne incaricherà chi sopravvive.
François portò le mani alle tempie, prostrato.
– Mio caro, sono stordito.
– C’è da esserlo, bisogna ammetterlo – disse dolcemente suo fratello. – Non ho fatto che sognarlo tutte le notti.
– Ma, insomma, credevo che avessimo la certezza che papà fosse morto in guerra!
– Ecco come si sono svolte esattamente le cose. Venne dato per disperso il 27 maggio 1917. Fino alla fine della guerra, mamma ha sperato nel suo ritorno. Solamente dopo l’armistizio, uno dei compagni di nostro padre ha scritto e ci ha detto che l’aveva visto cadere, a due passi da lui, senza un braccio e la testa. Non si sono mai ritrovati i suoi resti. Ma pensa, in quello spaventoso tumulto, nella confusione di una battaglia, e quella avveniva proprio prima dell’alba, un giorno di pioggia, ho saputo i particolari da quella lettera che mamma ha conservato e che mi ha appena dato grazie alle mie suppliche, pensa come poteva essere sicuro di quello che aveva visto, l’amico! Ci sono stati non si quanti morti e feriti quel giorno. Lui stesso lo dice, e tutti quei corpi carbonizzati, polverizzati,
irriconoscibili… Prova a dare un nome a tutti quei poveri ragazzi!
S’interruppe e fumò per un momento la sua pipa in silenzio, voltando leggermente la testa.

© Letteratitudine

Cogas

Il cuore selvatico del gineproVanessa Roggeri

Leggendo questo libro sono venuto a conoscenza di una superstizione della zona più meridionale della Sardegna, cioè la colpa di una bambina di essere la settima figlia di sette figlie, e per questo è maledetta. E qui nel suo paese, in Sardegna, c’è un nome preciso per le bambine maledette, si chiamano cogas, che significa streghe.

A questo punto è venuta la curiosità di saperne un po’ di più e qui sotto ho messo il risultato di queste ricerche che può essere utile anche ad altri lettori che si accingono a leggere questo libro.

 

 

La strega nella zona più meridionale della Sardegna, grosso modo entro tutto il Campidano, viene chiamata koga (Coga). I meglio informati fanno risalire il suo nome al più antico coquere, il cui significato, cuocere, si dovrebbe riconnettere alla ben nota arte delle streghe di cuocere e mescere erbe medicamentose. Su kogu è la più rara e insolita versione maschile, anche se la tradizione vuole la strega quasi esclusivamente donna. Agiscono queste creature notturne, all’interno del medesimo villaggio nel quale nascono, vivono, lavorano e intessono rapporti sociali.
Gli anziani raccontano che strega si nasca e solo in rarissimi casi lo si diventi. Saranno destinate a questa sorte le bambine nate la notte di Natale a mezzanotte precisa, o la settima nata in una famiglia, esclusivamente se femmina. Dei nati in Febbraio si dice invece che possano a loro piacimento richiamarle, ma solo se nati primogeniti. E’ una sorte che non si sceglie e sembra sia una condanna dalla quale non si possa guarire. Condanna perché queste donne, spinte dall’istinto a questo si devono arrendere anche se si imponesse loro di ledere agli stessi propri figli, o nipoti. Abbondano le leggende che narrano di kogas costrette a suggere il sangue dei loro stessi parenti, disperate a causa della sorte crudele voluta ricorrentemente da Dio e solo in rare circostanze imposta dal demonio.
Riconoscere queste creature è pressoché impossibile visto che i tratti che le caratterizzano sono nascosti, o non esclusivi delle streghe. Sarebbero infatti dotate di una spiccata bruttezza. Le caratterizzerebbe un indefinito aspetto diabolico e una insolita peluria diffusa per tutto il corpo. Alcune porterebbero una minuscola coda di ferro o una croce pelosa sulla schiena, chiaramente invisibili quando si indossano gli abiti. E’ forse per l’assenza di volontarietà  che la società  sarda tende di rado a colpevolizzare la strega vampiro. Destino infame voluto da altri, che le costringe a macchiarsi del peggiore dei crimini, l’uccisione dei neonati.
Ma la figura della strega si presenta duplice ed enigmatica, crudele si, ma capace di ripristinare ordine, equilibrio e giustizia. A questo ruolo vennero implicitamente legate anche donne apprezzate e stimate. La stessa Eleonora D’Arborea, giudicessa saggia e capace, in molte leggende è tratteggiata come colei che riesce a riportare equilibrio e ordine con capacità del tutto eccezionali, quasi magiche. Come solo le streghe saprebbero fare..
Fino a metà del secolo scorso la gente era molto suscettibile e scaramantica e si adoperava per scongiurare l’intrusione delle cogas nella propria casa. Oltre a rivolgendosi a Dio con le preghiere, prima di andare a letto si era soliti mettere un treppiede per il fuoco, una sedia o una scopa rivolti verso l’alto: quel gesto creava una protezione contro il male e difendeva la casa dalle streghe. Si era anche molto scaramantici quando in casa c’era una donna in gravidanza e per impedire che il nascituro nascesse sotto l’influsso delle cogas si metteva un treppiede sotto il letto della partoriente e lì rimaneva fino al termine dello svezzamento.
Era tradizione anche mettere una falce dentata appesa alla porta di ingresso: la coga, se avesse tentato di entrare in casa, avrebbe passato tutta la notte a contare i denti della falce, poiché era incapace di contare oltre il numero 7.

Era tipico delle cogas lasciare segni sui corpi delle loro vittime. Tutt’oggi i lividi che si presentano sul corpo, senza aver preso colpi, vengono chiamati su mossigu ‘e coga (su mussiu de coga), il morso della strega.

Bibliografia

http://www.claudiazedda.it
http://www.contusu.it